Buon 2024

Chi più chi meno inizia il nuovo anno con una lista di buoni propositi (es.: Voglio dimagrire 5 kg, voglio comprare una macchina nuova, voglio imparare a suonare il banjo, ecc..). Nulla di male ovviamente.

La domanda che ci poniamo successivamente è: “Come posso raggiungere questi buoni propositi?”. Bene, ora fermiamoci un attimo. Se invece, con la lista sotto mano, iniziamo a chiederci: “Ma a me interessa veramente raggiungere questi buoni propositi?”. A questo punto, probabilmente si aprirà uno spazio che non abbiamo mai esplorato. Quanto veramente noi vogliamo raggiungere questi obiettivi e quanto invece siamo stati condizionati da genitori, scuola e società? Vogliamo nel profondo spendere il nostro tempo, che è sacro, per inseguire impulsi ricevuti dall’esterno?

E’ importante scrivere una lista di buoni propositi, ma prima di iniziare a perseguirli cancelliamo quelli che non ci appartengono.

Buon 2024

“Qui e subito”: quanto parlano le parole?

Queste righe nascono da una riflessione generata da una incapzatura (anche le incapzature possono essere fonte di ispirazione). Vi racconto cosa è accaduto. Avevo appena iniziato a leggere “L’isola” di Huxley, un romanzo utopico infarcito di analisi sulla società moderna. In questa isola ci sono degli uccelli (simili a pappagalli) che pronunciano a macchinetta alcune frasi, la più frequente è: “Qui e subito!”. Gli abitanti dell’isola spiegano che questi pappagalli sono estremamente utili perché le loro parole ci ricordano di vivere nel presente e non vagare con la mente tra passato e futuro. A questo punto però qualcosa non mi fila… “Qui e subito!” ?!?! 

Avendo un po’ conosciuto le filosofie orientali, fermo la lettura e vado a leggere la versione originale del romanzo. Nel testo inglese trovo che la frase è “Here and now!”. Qui nasce l’incapzatura perché, chi conosce minimamente le filosofie orientali (delle quali Huxley fu un grande conoscitore), come taoismo, buddhismo o induismo, sa che una delle pratiche fondamentali è quella di vivere il presente e non lasciarsi distrarre dal “chiacchiericcio mentale”. Quindi non si può tradurre “now” con “subito” perché storpia completamente il significato dell’originale inglese. La frase andava tradotta con “Qui ed ora” (o al limite un più cacofonico “qui ed adesso”). 

L’incapzatura mi porta a chiudere il libro e a cercare nel web il traduttore del romanzo, l’intenzione è quella di fargli notare il grave errore semantico. Lo trovo e scopro che ha effettuato decine di traduzioni, ma che è morto negli anni ottanta (“L’isola” è del 1962). Mi fermo, ritorno anche io nel presente ed inizio a vedere la questione sotto una prospettiva diversa.

Il traduttore ha una bella esperienza nel suo campo, ma indubbiamente non conosce questo diffuso concetto orientale del “qui ed ora”. Come mai ha scelto “subito”? Il pensiero mi si lega ad una seminario che ho seguito “casualmente” il giorno prima, l’oratrice spiegò che tutti i reali cambiamenti necessitano di tempo e che non dobbiamo lasciarci influenzare dall’ideologia consumistica del “tutto e subito”. Vuoi vedere che il traduttore, condizionato da una società del consumo, si sia lasciato ingannare da una traduzione più “moderna” (ma errata)? E quindi, perché condannare una persona che era semplicemente vittima del suo contesto sociale?

Il concetto di “tutto e subito”, in particolare, ha attecchito negli ultimi decenni soprattutto nelle generazioni più giovani. Noi occidentali possiamo soddisfare le nostre volizioni quasi all’instante: “vuoi comprare un nuovo paio di scarpe? Accedi al negozio online, metti i dati della carta credito e via!”. Si è persa un po’ anche quella saggezza contadina del saper aspettare, la natura in questo è grande maestra. Siamo talmente offuscati che abbiamo anche perso la capacità di capire cosa veramente vogliamo.

Come capire cosa veramente vogliamo? Forse servirebbe una intera vita per poter dare una degna risposta, ma cosa possiamo fare “qui ed ora”? Possiamo fermarci, ascoltarci e notare che i bisogni ed i doveri in fondo non sono così vitali, ma c’è molto altro.

Giovani, politica e mutui

E’ innegabile il ribrezzo che hanno molti italiani per la politica, i dati sull’astensionismo parlano da soli. Ribrezzo e disinteresse che in particolare serpeggia tra i giovani. La politica viene vista come una cosa lontana, sporca e vergognosa. Ci tengo a precisare che la politica citata fin qui, è la politica dei politicanti, una classe dirigente per varie ragioni indegna di gestire la cosa pubblica. Vorrei parlare invece di che cosa secondo me è la Politica, in sinossi: la Politica è vicina, tutto è Politica.

Questo senso di lontananza che provano gli italiani pensando alla politica è principalmente dovuto a due fattori: la politica sembra non riguardarci, si pensa alla politica inarrivabile della “élite” che abita i palazzi romani (e tutte le varie aziende e banche).

Partiamo dalla seconda questione. “I singoli cittadini non contano nulla, per contare devi essere almeno sindaco” o stereotipi simili. Potrebbe sembrare assurdo, ma vi posso garantire che l’impatto di un cittadino attivo è paragonabile a quello di un deputato (e parlo per esperienza diretta). Nella vita spesso trascuriamo l’impatto reale delle nostre azioni, anche le più banali, tipo fare la spesa o scegliere se far passare un pedone sulle strisce pedonali. Tutto è Politica.

Politica è scegliere di comprare un prodotto che non derivi dallo sfruttamento dei lavoratori.
Politica è scegliere come e dove informarsi.
Politica è scegliere.

La prima questione, invece, riguarda il senso di “lontananza” della politica. A questo proposito, vi racconto una breve discussione con un mio amico “disinteressato”. Questo mio amico era in difficoltà perché, nonostante un lavoro stabile, non riusciva a permettersi un mutuo per comprare casa a causa degli alti tassi. Ecco, gli feci notare che i tassi dei mutui vengono, in buona sostanza, decisi dalle banche centrali, la Banca Centrale Europea (BCE) nel nostro caso. La BCE, come tutte le banche centrali, ha un ruolo politico, non esiste una banca centrale “tecnica” ed “indipendente” (per quanto possano indottrinarci del contrario).

Se non ci occupiamo di Politica (con la maiuscola), potete star certi che la politica (con la minuscola) si occuperà di noi.

Israele-Palestina: chi è la vittima e chi il carnefice?

Migliaia di vittime solo nell’ultimo mese, di cui molti donne e bambini, intere città rase al suolo, bombe su ospedali e centri di rifugio.
A prima vista sembra esserci chiaramente una vittima ed un carnefice. Nonostante i media occidentali provino a rigirare la frittata, sembra proprio che Israele sia il carnefice e la Palestina sia la vittima. Infatti è così, o meglio, è così se prendessimo una porzione ben definita per tempi e spazi.

La nostra mente tendenzialmente non riesce a ragionare per periodi di tempo troppo lunghi, si perde, d’altronde i dettagli da considerare crescono a dismisura non appena si inizia ad allargare la visuale.

Gli ebrei sono un popolo con una storia alquanto particolare, per così dire. La Bibbia narra degli ebrei come popolo in fuga dall’Egitto in cerca di una terra promessa. Si insediano nella terra di Canaan e nel corso dei secoli subiscono una serie di invasioni da parte di babilonesi, persiani, macedoni, romani, bizantini, islamici. Fin dall’antichità il popolo ebreo si sparse un po’ in tutto il mondo conosciuto, creando comunità intere.

E’ incredibile notare come nella storia antica e recente, molte figure di spicco avessero (ed hanno) origine ebrea. Pensate a quanti filosofi, scienziati, politici, ecc sono di origine ebrea.
Non c’è bisogno di ricordare poi quello che gli ebrei hanno subito prima e durante la seconda guerra mondiale. Senza ombra di dubbio in quel momento erano vittime di un carnefice. Nel secondo dopoguerra si concretizzò il Sionismo, cioè il movimento di pensiero che mirava a ricostituire uno Stato ebraico in Palestina (all’epoca sotto il controllo britannico). Da lì una serie di piccole e grandi guerre scosse quella terra. I palestinesi furono confinati in regioni meno “fertili”, fino alla creazione di un carcere a cielo aperto, qual è la Striscia di Gaza.

Gli ebrei a distanza di pochissime generazioni dall’Olocausto si trovano ora a stritolare il popolo palestinese. Così come, anche Hamas ha agito da carnefice nell’attacco del 7 ottobre 2023 (data dalla quale secondo i media di massa è iniziata la questione israelo-palestinese, prima non esisteva…).

Perché la vittima è diventata carnefice? Lo vedo solo io questo circolo vizioso di morte? L’attuale carnefice è stato a sua volta vittima. E se in realtà ci fossero solo vittime? E se non esistesse un reale carnefice ma solo tante vittime che a volte, cogliendo le occasioni della storia, diventano carnefici? Agendo come carnefici possono solo alimentare il circolo vizioso di autodistruzione umana.

Cosa accadrebbe se la vittima una volta raggiunta una posizione di possibile dominio decidesse di non agire da carnefice?
Il circolo vizioso si romperebbe lasciando intravedere una luce di evoluzione per l’umanità intera.